C’era una volta profumo di zolfo: la storia delle miniere siciliane nel libro ‘Cianciana & lo zolfo’ di Paolo Sanzeri

Sicilia, meraviglioso angolo di mondo dalle ricchezze inestimabili e dalle bellezze rare. Terra complessa, generosa, crudele e magica.
Numerosi sono coloro che, affascinati da questa straordinaria isola, amano scoprirne le singolari peculiarità.

Forse non tutti, però, associano la Sicilia a un tipo di ricchezza dannata, un elemento tanto fondamentale quanto maledetto; stiamo parlando dello zolfo, per secoli una delle più importanti risorse minerarie della Sicilia.
Quella del prelievo dello zolfo è una pratica che vanta radici remote. Sono state trovate tracce minerarie risalenti al 200 a.C. Il suo impiego variava, veniva usato in medicina, ma anche a scopo bellico. I Romani, infatti, erano soliti mescolarlo con altri combustibili.

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Zolfo

Le miniere siciliane (l’area interessata dai grandi giacimenti è quella centrale dell’isola ed è compresa tra le province di Caltanissetta, Enna ed Agrigento) vantavano fama mondiale, rappresentando i più grandi fornitori del prezioso zolfo.

Ma come nacque questa attività? Grazie al metodo Leblanc (un particolare processo chimico industriale per la sintesi del carbonato di sodio, messo a punto nel 1783 dal chimico Nicolas Leblanc) per la fabbricazione su scala industriale della soda. Lo zolfo, ingrediente fondamentale anche per la produzione della polvere da sparo, divenne estremamente importante.
Durante le guerre napoleoniche i capitalisti britannici cominciarono ad interessarsi alle zone minerarie in prossimità dei porti della Sicilia, mentre dopo la pace del 1815 anche varie imprese francesi, vista la grande richiesta dell’acido solforico, iniziarono la loro attività nel settore.

Da lì poi l’industria solfifera ha vissuto degli alti e bassi dovuti alle oscillazioni dei prezzi, alle concorrenze del centro Italia e alle misere condizioni di lavoro degli ‘zolfatari’.
Tralasciando in questa sede i vari cavilli economici e politici che hanno caratterizzato la storia delle miniere siciliane, sarà invece preso in considerazione l’aspetto umano di tutta la vicenda, cioè quella dei lavoratori sfruttati.

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Picconieri

Gli schiavi dello zolfo: i carusi e lo sfruttamento

Una categoria maltrattata, sfruttata e spogliata di ogni forma di dignità. Gli zolfatari erano costretti a lavorare in condizioni davvero precarie. Immersi al centro della terra a inalare un’aria resa pesante dallo stesso zolfo, costretti a stare nudi per il troppo calore e piegati anche per 10 ore al giorno, il tutto per ottenere come paga una pagnotta. A rendere le cose ancora più difficili erano il metodo di scavo rudimentale che voleva l’uso di strumenti come pale e picconi utilizzati fino al XIX secolo e gli incidenti che sovente provocavano morti e feriti.

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Strumenti del mestiere: piccuni e stirraturi

Ma a essere prede di questo destino balordo non erano soltanto gli uomini, bensì anche fanciulli e fanciulle. Questi ragazzi detti carusi, avevano dai 7 anni in su. Percorrevano coi carichi di minerale sulle spalle le strette e ripide gallerie scavate a scalini nel monte. Portano sulle spalle un peso di 25 o 30 chili. Il loro compito era, dunque, quello di portare fuori dalla miniera il carico di zolfo prelevato dai picconieri.

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Carusi

Per le fanciulle il tutto aveva anche delle disastrose conseguenze sociali. Le ragazze che lavoravano in miniera difficilmente riuscivano a sposarsi.
Provate solo a immaginare la difficile condizione di una ragazzina che abitava una Sicilia lontana e bigotta e che per sopravvivere era costretta a spaccarsi la schiena con carichi pesanti in mezzo a uomini seminudi per il troppo caldo e dediti alle imprecazioni per quel destino atroce. Era tutto fuorché donna da marito. E come se non bastasse sono, purtroppo, noti anche dei casi di stupri.

D’altronde, secondo alcuni, quando si è costretti a toccare le viscere della terra, più vicini al demonio che a Dio, si dimentica di essere umani e si assumono le sembianze bestiali.

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Le donne in miniera

Zolfatari e sindacati, la ribellione della dignità umana

Finalmente, verso la fine del secolo XIX, nacquero le prime organizzazioni sindacali e l’inizio degli scioperi. Ma che cosa chiedevano questi lavoratori? Più sicurezza, elevare per legge a 14 anni l’età minima dei carusi, la diminuzione dell’orario di lavoro e il salario minimo.
Ma all’inizio del 1894, dopo numerosi scontri con morti e feriti, queste organizzazioni vennero eliminate per volere dal Governo Francesco Crispi.

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Scritte dei lavoratori in sciopero

Dopo numerosi alti e bassi delle industrie, a partire dal 1975 varie leggi hanno prodotto la progressiva chiusura delle miniere. Oggi nessuna è in attività.
Lo zolfo per oltre due secoli ha scandito la storia della Sicilia, andando a intaccare economie, usi e costumi, rapporti e vite.

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Così come lo zolfo si appiccicava alle viscere e ai polmoni degli zolfatari, l’ombra delle miniere rimane appiccicata alla storia di questa terra. E forse è proprio per questo che molti sono stati gli artisti che hanno trattato questo tema: il poeta ciancianese Alessio Di Giovanni con i suoi Sunetti di la surfara, oppure Luigi Pirandello, la cui famiglia gestiva delle zolfare, con le novelle Il fumo e Ciàula scopre la luna, o ancora Leonardo Sciascia con il libro Le parrocchie di Regalpetra, in cui si narra di terra di zolfare e zolfatari.

«La paura che egli aveva del buio della notte gli proveniva da quella
volta che il figlio di zi’ Scarda, già suo padrone, aveva avuto il ventre
e il petto squarciati dallo scoppio della mina, e zi’ Scarda stesso
era stato preso in un occhio.
Giú, nei varii posti a zolfo, si stava per levar mano, essendo già sera,
quando s’era sentito il rimbombo tremendo di quella mina scoppiata.
Tutti i picconieri e i carusi erano accorsi sul luogo dello scoppio;
egli solo, Ciàula, atterrito, era scappato a ripararsi in un antro noto
soltanto a lui.»

– Da Ciàula scopre la luna di Pirandello –

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La miniera

Paolo Sanzeri: Cianciana & lo zolfo

Tanto ci sarebbe ancora da dire sulla Sicilia, sulle miniere e sugli zolfatari. Qui sono stati proposti solo dei cenni storici, ma, fortunatamente, è stato creato un lavoro di ricerca che bene sa rievocare e spigare che cos’è di preciso questa ricchezza dannata chiamata zolfo e cosa ha significato per i siciliani.

S’intitola Cianciana & lo zolfo – volumi I, II, III ed è una raccolta preziosa di memorie e di storia, scritta da Paolo Sanzeri.
Una doviziosa saga mineraria che è frutto di un lavoro lunghissimo. L’autore ha lavorato a questa opera per 10 anni, portando avanti, dal 2007 al 2017, una ricerca che non si è limitata al solo livello regionale (al centro del lavoro troviamo Cianciana, uno dei siti minerari della provincia di Agrigento), ma anche nazionale.

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Paolo Sanzeri

Nato e cresciuto a Cianciana (AG), Sanzeri si è posto il problema della consapevolezza della propria storia. Conoscere la propria storia è un passo per progettare il futuro. Dare un’occasione di crescita alla sua città e farla diventare pulsante di vita, di attività culturale, con lo scopo principale di recuperare le aree minerarie per non dimenticare.

Ma Sanzeri fa molto di più. Indaga, raccoglie dati, osserva con i suoi occhi i luoghi dove sorgono le miniere, ricostruisce legislazioni e quadri storici, testimonianze di vita sacrificata e quello che crea è un’enciclopedia della memoria che riguarda non solo i ciancianesi, ma i siciliani tutti.

Un lavoro generoso che tutti dovrebbero leggere, siciliani e non, per poter assaporare un lungo pezzo di storia dall’inestinguibile retrogusto solfifero.

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Pezzi estratti dall’Unità (’53)

Marilisa Pendino

Tutte le foto sono state gentilmente concesse da Paolo Sanzeri e Piero Frisco.

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