Il cappello del prete, di Emilio De Marchi: morte di un prete napoletano

Amo tantissimo quei libri che spingono le persone a formulare delle idee o delle domande bizzarre e, di recente, mi è capitato di leggere un testo in grado di fare tutto ciò. Sto parlando de ‘Il cappello del prete’ di Emilio De Marchi, edito da Mondadori (collana Biblioteca Moderna Mondadori).
Trovata per caso in un piccola libreria del mio quartiere, questa particolare edizione del 1960 ha catturato tutta la mia attenzione.
Prima di tutto, mi è saltato subito all’occhio il titolo e la prima domanda è sorta spontanea: di cosa parlerà?
Ho, quindi, letto immediatamente la trama che vi riassumo così:

Il cappello del prete: trama

Il nobile napoletano Carlo Coriolano, per tutti u barone, è attanagliato dai debiti. Per riuscire a zittire l’avidità dei creditori, l’unica cosa che gli rimane da fare è vendere la villa di famiglia situata a Santafusca.
Ma vendere quella che un tempo era la ricca e invidiata dimora dei Coriolano, significherebbe porre il pesante velo del disonore sul nome della sua casata.
Urge un’altra via d’uscita. Dopo essersi arrovellato il cervello, nella mente di Coriolano si affaccia all’improvviso una nuova idea, o meglio, un nome.
Il nome è quello di don Cirillo, u prevete, un curato magro con la veste nera sempre impolverata e un cappello enorme, nero anch’esso.

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Don Cirillo è segretamente ricco, molto ricco per essere solo un prete e, infatti, questa sua agiata condizione gli è possibile grazie all’usura, il religioso presta ‘caritatevolmente’ soldi alla povera gente bisognosa.
Ma non solo, il parroco e molto bravo a indovinare i numeri del lotto. Un’abilità che a Napoli vuol dire tanto, vuol dire avere un potere straordinario ma anche una pesante croce da portare.
Questa sua ‘inclinazione’, infatti, spesso gli si ritorce contro. La gente lo prega, lo tormenta giorno e notte per riuscire a cavargli qualche numero giusto da giocare.

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La vita del perseguitato Coriolano e quella del tormentato don Cirillo, ben presto si uniscono in un unico e tremendo destino.
Al prete viene affidato il compito di comprare, per conto del monsignor arcivescovo, la villa del barone. Quest’ultimo, esitante in un primo momento, decide di trasformare una situazione spiacevole in una condizione di grande vantaggio.
E così u prevete, con la scusa di far visita alla villa da comperare, cade irrimediabilmente nella trappola del barone. Coriolano, smanioso di spogliarlo di tutti i suoi preziosi e nascosi averi, lo uccide brutalmente e lo sotterra in una cisterna che si trova in villa.
L’omicida si assicura di essere da solo e ritorna, seppure ancora un po’ stravolto, alla sua vita quotidiana.

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Ma, come insegnano tutti i migliori gialli e i noir, il delitto perfetto non esiste! U barone ha trascurato un piccolo, ma significativo particolare: il cappello del prete. Quell’oggetto apparentemente banale non è stato seppellito insieme a chi lo portava sempre con sé, ma stranamente è scomparso, quasi volatizzato dalla scena del crimine.
Dopo un primo momento di panico, Coriolano decide successivamente di non dare più importanza a questo dettaglio. Nessuno l’ha visto, è in una botte di ferro.
Tuttavia, per una serie di circostanze e coincidenze molto strane, il cappello continua a palesarsi come una presenza oscura nella vita del barone.
Quasi dotato di vita propria, fugge lontano come a voler rintracciare qualcuno per raccontare quello che ha visto. Coriolano deve muoversi in fretta per prendere e distruggere la prova inequivocabile della sua colpevolezza. Ci riuscirà?

Ben ti sta, prevete!

Vi parlavo delle idee e delle domande bizzarre che i libri muovono nelle menti. Quelle prodotte nella mia testa sono più o meno queste: come è nata un’idea così particolare? Come riesce l’uomo a uccidere un altro uomo? Ci sono stati preti assassinati per soldi? Qualcuno è riuscito a replicare lo stesso omicidio? Perché un vasto pubblico di lettori trova interessante l’idea di eliminare un ‘prete strozzino’?
Sono, infatti, numerosi i lettori (me compresa) che hanno trovato molto intrigante la trama. Anche perché, diciamoci la verità, un barone sul lastrico per aver scialacquato tutti i suoi averi ci può anche stare, ma quanto è antipatica la figura del prete che usa le mani non per donare, ma per togliere danari?!
Uno può anche pensare: ben ti sta, prevete!

Domande personali e singolari a parte, possiamo sicuramente definire Il cappello del prete un noir ben riuscito. La scrittura semplice e pulita riesce perfettamente a catturare l’attenzione già dalle prime righe. Chiudere il libro è quasi impossibile, gli intrecci narrativi sollecitano una sorta di ansiosa curiosità, stemperandola di tanto in tanto attraverso le dettagliate descrizioni dei meravigliosi luoghi napoletani e le vicende comiche delle vite che li abitano.

Il cappello del prete

Il romanzo esce per la prima volta a puntate sul quotidiano milanese L’Italia a partire dal 1887, mentre a partire dal 1888 viene pubblicato sul Corriere di Napoli. La prima pubblicazione a volumi è datata 1888, edito da Treves. Eppure la sua narrazione ha qualcosa di moderno e diretto, nulla da invidiare ai noir di oggi.
Nella mia edizione (Mondadori, 1960) è inserita un’interessante premessa del De Marchi alla prima edizione del 1888 e una particolare nota degli editori alla settima edizione (1913).
Autore ed editori presentano il romanzo che il lettore si appresta a leggere, soddisfacendo qualche piccola curiosità.
De Marchi ha definito il suo lavoro un romanzo d’esperimento e non sperimentale. Il suo intento era quello di affrancare il romanzo d’appendice (romanzo popolare) dalle incongruenze tipiche, per molti, di questo genere letterario.
L’autore voleva instaurare una sorta di comunicazione diretta con tutti i lettori perché la forza della moltitudine non è indifferente. Arrivò, infatti, a chiedersi: “Se non era cosa utile e patriottica giovarsi della forza viva che trascina centomila al leggere, per suscitare in mezzo ai palpiti della curiosità qualche vivace idea di giustizia e di bellezza che aiuti a sollevare lo spirito”.

– Il cappello del prete, nota degli editori, Mondadori, 1960

Trattò il tema dell’omicidio per affascinare il lettore. Non, come molti possono pensare, facendogli amare il crudele gesto, ma facendoglielo odiare per rafforzare quanto di morale c’è in lui.
E ci riuscì, la critica e il pubblico apprezzarono molto il lavoro.
Ma non solo, De Marchi desiderava dimostrare che un’acclamata opera d’appendice, troppo spesso vanto di autori francesi, poteva essere partorita anche da uno scrittore italiano.

Ma chi era davvero l’autore di questo lavoro d’esperimento?

L’autore

Emilio De Marchi, nato a Milano nel 1851 e morto a Milano nel 1901, è stato un traduttore e uno dei più importanti autori del secondo Ottocento italiano.
Nasce in una famiglia modesta composta dai genitori Giovanni e Caterina Perego e dai fratelli Attilio, Luigi ed Eduardo.

Nel 1874 si laurea in Lettere in quella che oggi è L’Università degli studi di Milano e, successivamente, diventa docente di stilistica.
Inizia a scrivere romanzi nel 1876. Fedele agli insegnamenti di Manzoni, narra di borghi e della vita contadina, sottolineando l’importanza della morale, del rigore, della rassegnazione e dell’onestà.

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L’autore Emilio De Marchi

Tra le sue opere più famose:

Il cappello del prete (1888) con il quale inventò il romanzo noir all’italiana
Demetrio Pianelli (1889) il romanzo appartiene al filone del romanzo impiegatizio, qui gli eroi condannati ad una misera routine, scoprono dentro di sé il bisogno urgente della felicità.
Arabella (1892) che continua il romanzo Demetrio Pianelli
Redivivo (1894)
Giacomo l’idealista (1897)

Il cappello del prete: curiosità

Nel 1943 Il cappello del prete diventa un film, per la regia di Ferdinando Maria Poggioli (1897-1945) con Roldano Lupi (1909-1989) nel ruolo del barone e Luigi Almirante (1886 – 1963) nel ruolo di Don Cirillo.
Il film si discosta molto dal romanzo di De Marchi e, secondo alcuni, fu soggetto a censure.

L’opera vanta anche una versione televisiva di 3 puntate, datata 1970 per la regia di Sandro Bolchi (1924-2005), con Luigi Vannucchi (1930-1978) nel ruolo del barone.

Marilisa Pendino 

Il cappello del prete 
Autore: Emilio De Marchi
Editore: Mondadori (1960) 
Pagine: 231

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